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NATO PER GIOCO DI UN BARO

In una recente intervista di Fabio Fazio a Francesco De Gregori, che personalmente ritengo il miglior cantautore italiano dopo l'inarrivabile Fabrizio de Andre', il musicista diceva che i poeti, e quindi i cantautori, hanno il diritto, e forse il dovere, di essere ermetici e chi legge o ascolta non deve sforzarsi di capire ogni verso, ogni parola ad ogni costo. Ho amato Fabrizio de Andrè da quando, seduto su una seggiola sgangherata nella cantina di un amico, ho ascoltato Via del Campo e Bocca di Rosa uscire dal suo Geloso. E' stato un colpo di fulmine e, da quel giorno, Faber ha accompagnato la mia vita fino a quando ho saputo la notizia della sua morte dalla radio della macchina, una mattina nebbiosa di gennaio. Ogni volta che usciva un suo album m'incazzavo sempre di più con lui e, solo la morte mi ha impedito di dirglielo, visto che avevo un suo invito a cena su all'Agnata, dove gli avrei dovuto portare una copia del mio primo libro, quella che gli tributa un doveroso omaggio nella prefazione. Purtroppo la rapida malattia e la morte mi hanno impedito di passare una serata con chi mi è stato maestri di vita e di sentimenti.

Ero incazzato con lui perché diventava sempre più ermetico e e non capivo l'intimo senso di Amico Fragile come, ancora oggi, sono in dubbio su chi è Dolcenera e sul perché Teresa abortisce il figlio del bagnino e poi lo guarda con dolcezza.. Eppure ha ragione De Gregori. Ci sono espressioni, momenti di sintesi di una vita, o di un suo frammento, che solo l'autore è in grado di rappresentare e quello che dobbiamo percepire non è l'intimo significato, a noi nascosto, ma la suggestione delle parole e l'incanto della musica.

In questo diario, scritto da Vittore, sarebbe esercizio inutile, anzi dannoso, cercare di estrarre con un processo di purificazione esegetica, il significato dal verso, la logica della realtà nel mistero di quel confine labile che spesso separa il sogno dalla veglia, specie se il rum e il tabacco contribuiscono sensibilmente a stemperarne i colori. L'effetto che sortirebbe una tale fatica sarebbe quello di allontanare il lettore dai versi, obbligandolo a riporre il volumetto nella scansia dei libri sui quali si è tentato di resistere per poi ammainare bandiera bianca e lasciare che il tempo ne faccia giustizia coprendoli di polvere.

Quello che importa quando la nostra mente si pone di fronte al brano di musica, alla poesia, al dipinto o alla meraviglia della natura non è il suo intimo segreto, il suo recondito significato, ma l'emozione che suscita, il brivido che ci attraversa la pelle facendola increspare. Solo in un secondo momento, forse ci verrà la voglia di andare a capire anche il perché di quel verso, di quelle parole, di quelle note gravi o acute, di quei colori vividi o tenui.

Se posso osare un consiglio dunque, leggete questo diario lasciandovi trasportare dai suoni, dai colori, dalle voci che ne escono talora armonici, talora dissonanti, talvolta sereni e talvolta cupi, ogni tanto anche scorretti (e volutamente lasciati tali), ma capaci di proiettare chi legge, nel buio di una notte che non ha fine o nel chiarore di un giorno che si annuncia felice.

Oscar Grazioli

 

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